La scomparsa dei giovani tra genere e demografia
Credo sia importante chiarire cosa si intende innanzitutto per "cambio di valori" e sottolineare che esso è frutto di una storia sociale precisa; oggi la genitorialità non è scomparsa dall'orizzonte, ma richiede basi solide che strutturalmente mancano, quindi si rinvia o si rinuncia.
Questo cambio di valori riguarda non solo le donne ma anche gli uomini.
Se le generazioni più adulte rimangono più aderenti a modelli per così dire più "tradizionali" di genitorialità, vediamo come i giovani maschi oggi si interrogano sulla paternità in modo diverso rispetto al passato. Il modello del padre distante o esclusivamente responsabile del reddito è sempre meno desiderabile, a favore di una paternità che è vista come esperienza che implica presenza, tempo e cura.
Il problema è che il contesto non si è trasformato alla stessa velocità dei desideri.
Qui lo sguardo di genere diventa necessario, non per creare un conflitto, ma per rendere visibili le asimmetrie che bloccano i progetti comuni.
In Italia il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d'Europa, mentre la nascita di un figlio continua a rappresentare uno dei principali fattori di uscita dal mercato del lavoro per le donne. Allo stesso tempo, i giovani uomini sperimentano carriere più instabili rispetto alle generazioni precedenti, con redditi discontinui e difficoltà a raggiungere una sicurezza economica percepita come "sufficiente" per mettere al mondo un figlio.
Il risultato non va visto come una contrapposizione tra generi, ma una fragilità di coppia, nella quale mancano basi abbastanza solide per fare progetti di lungo periodo.
Quando Rosina parla della fine della sequenza obbligata – studio, lavoro stabile, famiglia, figli – descrive una trasformazione che investe l'intero patto sociale. Ma quella sequenza non impatta allo stesso modo per tutti. Per le donne, la maternità continua a comportare un costo biografico più alto. Per gli uomini, la difficoltà crescente a garantire stabilità economica mina il ruolo che per decenni ha legittimato la paternità.
Lungi da me supportare il paradigma per il quale la donna pensa alla cura e l'uomo al sostentamento familiare. E' tuttavia necessario partire dalle visioni generalmente presenti nei ruoli socialmente attesi per fare un salto in avanti e capire che anche questa instabilità economica per i maschi rappresenta un ulteriore tassello verso la ridefinizione della propria identità.
Il cambio di valori è infatti anche relazionale. Le coppie si muovono in uno spazio in cui:
- il lavoro è incerto per entrambi;
- l'accesso alla casa è difficile;
- il welfare familiare è debole;
- il lavoro di cura resta largamente privatizzato.
In questo contesto, la genitorialità diventa un fattore di rischio invece che una possibilità sostenuta. E quando il rischio aumenta, è ancora soprattutto sulle donne che ricade il maggior peso: riduzione dell'orario di lavoro, rinuncia alla carriera, uscita temporanea o definitiva dal lavoro. Non perché gli uomini siano (per forza e necessariamente) assenti o disinteressati, ma perché le strutture (sociali in primis) continuano a funzionare così.
Molti uomini vivono una tensione crescente tra il desiderio di essere padri presenti e l'impossibilità materiale di esserlo davvero. Ma finché il lavoro di cura resta poco riconosciuto, poco condiviso e scarsamente sostenuto dalle politiche pubbliche, questa tensione resta individuale, non diventa cambiamento collettivo. Spesso si decide che siano le donne a rimanere a casa perché nella coppia hanno stipendi più bassi e quindi è proporzionalmente più conveniente che sia il suo lavoro a ridursi rispetto a quello del compagno.
Penso personalmente che Rosina abbia ragione quando sostiene che non servono appelli morali alla natalità e aggiungerei che non serve nemmeno continuare a raccontare il problema come una somma di scelte individuali.
Se la scomparsa dei giovani è il sintomo di un futuro che non riesce a prendere forma, allora la questione non riguarda solo le scelte private delle coppie, ma la tenuta complessiva dei sistemi economici. Meno giovani significa meno forza lavoro, meno contributi, meno capacità di innovazione, meno dinamismo produttivo.
A me sembra che il paradosso sia evidente: mentre si continua a chiedere alle persone di essere flessibili e produttive, il sistema condiziona il numero di soggetti che dovrebbero sostenere questa trasformazione. La scarsità di giovani nel mercato del lavoro non produce solo un problema previdenziale, ma un impoverimento complessivo delle economie, che diventano più rigide, meno capaci di assorbire cambiamenti, in un contesto dove non si trova personale e le migrazioni non sono accompagnate da efficaci e attente politiche di integrazione. Anche da questo punto di vista, la questione demografica non è separabile dalle politiche del lavoro e del welfare.
Credo poi ci sia un'altra dimensione che merita di essere tenuta presente soprattutto nel dialogo con le generazioni precedenti, al fine di riconoscere differenze storiche reali.
Chi oggi guarda con incomprensione alle scelte dei giovani – e delle coppie giovani – rischia di non considerare di aver vissuto in un contesto radicalmente diverso: accesso più semplice al lavoro stabile, percorsi abitativi meno onerosi, un welfare più robusto, una distribuzione del rischio più favorevole. Quelle condizioni non erano naturali: erano il prodotto di scelte politiche, economiche e sociali precise.
Negli ultimi decenni, molte di quelle scelte hanno progressivamente scaricato il rischio sulle generazioni più giovani, chiedendo loro di adattarsi. Credo che riconoscere questo significhi assumersi una responsabilità collettiva rispetto al passato e alle sue eredità.
Forse il vero nodo non è chiedersi perché i giovani fanno meno figli, ma se siamo disposti a riconoscere che il mondo che abbiamo costruito rende sempre più difficile immaginare il futuro come spazio condiviso. E se siamo disposti, finalmente, a ripensare le regole del gioco redistribuendo condizioni, risorse e responsabilità tra generi e generazioni.

