La forma dell'ombra

13.08.2026

Ad agosto cambio lato della strada.
Non è una scelta ragionata. Lo fa il mio corpo prima di me: cerca l'ombra dei palazzi, misura la distanza tra un albero e l'altro, rallenta davanti a una fontana. Una panchina sotto una chioma d'albero diventa improvvisamente più desiderabile di qualsiasi vetrina.

Cammino dove il sole non arriva.

E mentre lo faccio penso che l'ombra, una delle cose più semplici e gratuite che esistano, nelle nostre città non sia affatto distribuita in modo uguale.

Ci sono strade alberate, fermate dell'autobus protette e altre dove aspettare significa restare immobili sotto il sole. Ci sono parchi, portici, fontane, panchine. E poi ci sono lunghi pezzi di città nei quali sembra che nessuno abbia immaginato che, prima o poi, qualcuno avrebbe avuto bisogno semplicemente di fermarsi.

Forse dovremmo cominciare a considerare l'ombra per quello che sta diventando: non un elemento decorativo, ma una piccola infrastruttura urbana.

Quasi un diritto.

Finché possiamo attraversare velocemente una piazza assolata, entrare in un bar e ordinare qualcosa di fresco, l'ombra resta una preferenza, quasi un piccolo lusso estivo.

Ma basta cambiare corpo, età, condizione, perché le cose cambino. Basta essere una persona anziana che ha bisogno di sedersi, una madre o un padre che spinge un passeggino, qualcuno che accompagna una persona fragile, chi aspetta un autobus o un treno che non arriva, chi lavora all'aperto, chi semplicemente non ha un altro posto dove andare.

Mi accorgo sempre di più che il caldo (forse al pari del freddo) non inventa le disuguaglianze, le rende più visibili...

Porta in superficie la differenza tra chi può scegliere e chi no, tra chi attraversa la città velocemente e chi ha bisogno che la città, ogni tanto, si prenda cura di lui o di lei.

Se c'è una cosa che sto imparando in questo ultimo mese, è che il caldo impone di rallentare, ci obbliga a prestare attenzione a non sprecare l'acqua, ci fa notare se beviamo troppo poco.

E naturalmente anche qui il genere c'entra.

Non perché le donne soffrano il caldo più degli uomini, ma perché ancora oggi sono soprattutto le donne a svolgere gran parte del lavoro di cura. Sono loro, più spesso, ad accompagnare bambini e bambine, persone anziane o non autosufficienti; a concatenare spostamenti diversi nella stessa giornata, a vivere la città non soltanto come un tragitto da percorrere, ma come una trama di luoghi da raggiungere, fatta di soste e di persone da accompagnare.

E quando ci si muove così, la qualità dello spazio che sta tra un punto e l'altro conta moltissimo.

Forse progettare una città inclusiva parte proprio dall'ammettere che non abbiamo tutti e tutte lo stesso passo e che lo spazio pubblico non dovrebbe essere soltanto qualcosa che consente di arrivare da qualche parte, ma un luogo nel quale sia possibile stare.

Mi piace pensare che l'ombra abbia una forma.

Ha la forma di un confine... perché basta un passo per essere dentro o fuori.

Ha la forma di un'isola... quando un tiglio disegna sull'asfalto un piccolo territorio nel quale rifugiarsi.

Ha la forma dell'attesa... sotto una pensilina, davanti a una scuola, fuori da un ospedale, in fila per entrare al cinema.

Qualche volta ha la forma di una deviazione... pochi metri in più, pur di non camminare sotto il sole. Che poi, chi lo ha detto che le deviazioni siano per forza tempo perso?

... E qualche volta l'ombra ha la forma di due corpi che si baciano contro un muro, di una mano che ne cerca un'altra mentre cammina... forme  che sotto il sole si allungano e deformano.... ombre testimoni di vite vissute.



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