Io, flâneuse per scelta

29.03.2026

Ci sono passeggiate che servono per arrivare da qualche parte. E poi ci sono quelle che servono per capire dove siamo.

Io cammino spesso senza una meta precisa. Attraverso le città lentamente, ascolto frammenti di conversazioni, osservo i gesti delle persone che camminano o sedute ai tavolini dei bar. Guardo in alto, cerco scritte sui muri, osservo i dettagli dei palazzi. Non sto andando da nessuna parte in particolare, eppure ho la sensazione di essere esattamente dove devo essere.

Questo modo di attraversare la città ha un nome: flânerie, e per molto tempo, è stato considerato un privilegio maschile.

La mia flânerie comincia quando smetto di avere fretta.

Di solito succede il sabato o la domenica, quando la città rallenta e diventa possibile attraversarla senza uno scopo preciso. Ma succede anche quando viaggio per lavoro: quando la giornata di riunioni finisce, chiudo il computer e finalmente posso uscire senza un itinerario da seguire.

È in quel momento che la città cambia. Non è più il luogo in cui devo andare da qualche parte, ma uno spazio da attraversare lentamente, lasciandomi guidare dalle strade, dalle luci delle vetrine, dalle conversazioni che arrivano dai tavolini dei bar.

Questo modo di camminare nella città non è soltanto un'abitudine personale.
Ha una storia culturale precisa che comincia nella Parigi dell'Ottocento, con una figura diventata quasi mitica: il flâneur. 

Il termine nasce nella Parigi dell'Ottocento, dal verbo francese flâner, che significa passeggiare senza fretta, lasciandosi guidare dalla curiosità. A rendere celebre questa figura è Charles Baudelaire, che descrive il flâneur come un osservatore della vita urbana, un collezionista di dettagli quotidiani.

Il flâneur attraversa la città con uno sguardo attento, osservando la vita mentre accade: nei boulevard, nei caffè, nelle vetrine, nelle folle che si muovono veloci.

Nel Novecento poi, Walter Benjamin - filosofo e scrittore tedesco - nei suoi scritti su Parigi, vede nel flâneur una specie di interprete della modernità: qualcuno che, camminando, legge la città come se fosse un testo, tanto da arrivare a dire che "la città è il paesaggio del flâneur".

Eppure c'è una questione che attraversa tutta questa tradizione culturale: il flâneur è quasi sempre un uomo.

Non perché le donne non camminassero nelle città, ma perché non potevano farlo nello stesso modo. Per molto tempo una donna sola che vagava senza meta nello spazio urbano veniva guardata con sospetto, interpretata come fuori posto o semplicemente non rispettabile.

Lo spazio pubblico non è mai stato neutro e ancora oggi non lo è affatto.

Per questo negli ultimi anni alcune studiose e scrittrici hanno iniziato a parlare di flâneuse, rivendicando la possibilità di uno sguardo femminile sulla città.

Tra queste c'è Lauren Elkin, che nel suo libro "Flâneuse" ricostruisce la genealogia delle donne che hanno attraversato le città con curiosità e autonomia: scrittrici, artiste, registe che hanno trasformato il semplice gesto del camminare in un modo di osservare e raccontare il mondo.

Virginia Woolf, nel saggio "Street Haunting", descrive il piacere quasi ipnotico di camminare per le strade di Londra, sostenendo che:

"Camminare per le strade di Londra è il più grande dei piaceri."

Quando cammino in città senza fretta — osservando le persone ai tavolini, le finestre illuminate, i frammenti di conversazioni rubate al passaggio — sento di partecipare a questa tradizione culturale.

Ma allo stesso tempo la sto anche riscrivendo, perché ogni donna che cammina liberamente nello spazio pubblico riscrive una storia che, per molto tempo, ci ha volute altrove: nelle case.

E' come se stessimo affermando che camminiamo per esserci.

Per questo, per me, la flânerie è anche un gesto femminista, non perché ogni passeggiata debba trasformarsi in una dichiarazione politica, ma perché la libertà di camminare senza meta — di fermarsi, guardare, deviare — è una libertà che alle donne è stata a lungo negata o concessa solo a certe condizioni.

Ogni donna che attraversa la città con passo libero modifica, anche solo di poco, la geografia invisibile dello spazio pubblico, perché come ha scritto Rebecca Solnit:

" Camminare è un modo di fare il mondo nostro."


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